Ho cantato all’Albert Hall (come Umberto Tozzi, mi fanno notare…)
October 23rd, 2008
Si, l’ho fatto davvero: sono entrato nel coro dell’Imperial College
Qui le cose si fanno di fretta, a razzo, senza troppi fronzoli: dopo due pomeriggi di prove si va a cantare alla cerimonia della Graduation. Che casualmente si tiene al Royal Albert Hall. E quindi si, casualmente, ho cantato al Royal Albert Hall. Come il coro della BBC. Come alla Last Night of The Proms. Come i Muse.
Ma soprattutto, come mi fa notare Mirco, come Umberto Tozzi. Senza che Doris Day si sia messa a urlare.
Brani cantati:
- I will sing with the spirit, che effettivamente e’ quello che ho fatto, considerando lo stato della mia gola
- Gaudeamus igitur, che casualmente e’ l’inno sia di Imperial College che di Unibo (oltre che di altre decine di universita’ sparse per il mondo)
- God save the Queen, (o God shave the Queen, come sostiene un mio co-corista tedesco)

La cerimonia delle lauree e’ qualcosa di inimmaginabile per noi italiani. Tutti i novelli graduates vengono chiamati sul palco, salutati con il loro nome. Ma quello che e’ divertente e’ un insieme di punti molto britannici:
- il Rettore e’ un Sir
- il Chairman e’ un Lord
- la cerimonia si chiama Commemoration Day. E quello che viene commemorato e’, in effetti, una visita del Re all’inizio del secolo; evento che viene ricordato nel discorso del Rettore, in quello del Chairman e in quello del rappresentante dello Student Union
- alla fine, tutti in piedi, si canta (quindi, tecnicamente, ho cantato) God Save the Queen
Insomma, e’ una giornata di orgoglio culturale, ma soprattutto nazionale. Esiste addirittura un termine per definire l’eccessivo nazionalismo, sventolio di bandiere, inni patriottici, che in questo paese sembra molto di moda: jingoistic.
Non c’e’ niente di piu’ lontano da me, potete immaginarlo, che un’idea di monarchia teocratica di natura divina. Quindi in fondo c’entro poco con l’inno nazionale.
Pero’ non posso tacere su quello che ho visto alla cerimonia. E cioe’, per fare un breve elenco:
- il 60% dei laureati si chiama Mustafa, Mohammed, Shakeel; o fa di cognome Wang o Patel. Alcuni di questi studenti sono magari nati e cresciuti qui, altri – la maggioranza – sono venuti qui a studiare
- il Rettore saluta esplicitamente gli studenti stranieri dicendo che l’Universita’ accoglie tutti senza badare alla nazionalita’, colore della pelle o fede: sceglie semplicemente in base al merito, ed e’ il merito di questi studenti che rende grande l’universita’
- il Chairman stringe la mano a ogni laureato; ci sono ragazze musulmane che ovviamente, per motivi religiosi, non possono avere contatto fisico con un uomo; indipendentemente dal fatto che questo sia giusto o sbagliato, molto rispettosamente il Chairman salutava le ragazze con il velo (non poche) chinando il capo; stringeva le loro mani solo quando loro stesse gliele porgevano. E grazie a questa convenzione non scritta si riesce ad evitare imbarazzi e polemiche, si rispettano le idee degli altri e non si ferisce nessuno.
- quando uno studente e’ stato destinatario di un premio, la platea applaude e il Chairman si toglie il cappello in senso di rispetto. E’ stato bello vedere tutti applaudire senza differenza persone appartenenti a etnie diverse. E’ stato bello non sentire le solite italianita’ sul caso (“questi ci tolgono il lavoro”, “questi vogliono le nostre case popolari”, “questi ci rubano le borse di studio”), e invece vedere il trionfo della meritocrazia. E’ stato bello vedere il Chairman togliersi il cappello di fronte a ragazze con il velo, a un ragazzo cieco, a una ragazza in sedia a rotelle, e soprattutto a una ragazza con dei Rasta lunghissimi.
- i medici pronunciano una forma moderna del giuramento di Ippocrate; che, tra le altre cose, dice: I will not permit considerations of gender, race, religion, political affiliation, sexual orientation, nationality, or social standing to influence my duty of care.
Quegli applausi, quegli inchini rispettosi, i sorrisi di tutti nell’apprezzare persone di ogni parte del mondo – di quelle che sono ex colonie, da parte di quelli che sono ex colonialisti – mi ha fatto provare un senso di liberta’ e democrazia anni luce lontano dalle cafonate razziste all’italiana.
E allora mi e’ andato anche bene cantare God Save the Queen, perche’ dire che siamo tutti sudditi della regina significa, in termini moderni, che siamo tutti uguali davanti all’autorita’, e cioe’ che abbiamo tutti pari diritti per le istituzioni di questo paese. Che con tutti i suoi limiti, le sue ossessioni liberiste, le sue tradizioni classiste, mi sembra comunque ere geologiche avanti, se faccio un paragone con il mio paese, quando si parla di rispetto e valorizzazione della persona.
(e se avete letto fin qui, complimenti per la pazienza)
Categories: Italia, London, UK | Tags: commemoration day, politica, UK | 10 Comments


